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A chi serve un coach?

10 Aprile 2024 - 4 minuti di lettura

Quando si sente la parola coach la mente va allo sport, soprattutto di squadra, e a quelle figure che da bordo campo spingono la squadra verso un risultato, senza partecipare attivamente all’azione. Questo è sicuramente vero, ma quando poi ci si interroga su cosa faccia di preciso il coach per la squadra e insieme alla squadra, considerando soprattutto i momenti al di fuori della gara, allora la cosa diventa più complessa ed entrano in gioco anche le esperienze personali.

In questo articolo, aiutandomi con la metafora sportiva, vi riporterò alcuni concetti di base sul ruolo del coach e del rapporto con un coachee.

Buona lettura.

Il coach non è un maestro

Chiunque abbia fatto sport ha incontrato delle figure che avevano l’incarico di insegnare le regole, i movimenti fondamentali, le tattiche e le strategie per muoversi sul terreno di gioco. In pratica, il primo allenatore è spesso un maestro che, insegnando, fornisce le basi su cui ogni atleta andrà a sviluppare le proprie capacità, e con cui contribuirà eventualmente al gioco di squadra.

Ma cosa succede quando le basi già ci sono? Consideriamo, portando il caso al limite estremo, i grandi campioni degli sport individuali: ha senso pensare che il loro coach sia qualcuno che gli può insegnare qualcosa sul piano pratico o su come affrontare una competizione? Eppure, anche gli atleti all’apice delle classifiche mondiali hanno qualcuno al loro fianco.

Sviluppare il potenziale

Il contributo fondamentale che un coach può dare è facilitare lo sviluppo del potenziale, ovvero accompagnare l’atleta nella sua preparazione affinché possa esprimersi al meglio durante la gara.

Il percorso di ogni atleta è determinato dalla consapevolezza delle proprie capacità, dalle sue competenze, delle difficoltà che ha davanti e degli strumenti che ha a disposizione per superarle e per migliorare. Un coach ha l’incarico di instaurare una relazione in cui l’atleta possa riuscire a definire e raggiungere obiettivi che rappresentino avanzamenti progressivi verso un traguardo ben preciso: una singola gara, un torneo, un campionato o anche le olimpiadi.

Coach e coachee: lo sport come metafora della vita

Spesso si dice che lo sport è una metafora della vita: sicuramente ci sono tanti aspetti su cui una figura di riferimento può essere utile quotidianamente, sul piano personale o lavorativo. Un coach può servire per capire come indirizzare i propri sforzi per migliorare la propria condizione attuale, in base a una percezione che è del tutto soggettiva, ed è in tutto e per tutto quella del coachee, ovvero la persona che decide di farsi accompagnare da un coach.

Il ruolo del coach

Una domanda di coaching nasce dalla volontà di un individuo, o di un gruppo di persone, di evolvere verso un futuro identificato come più favorevole. Ma se il coach non è un maestro, in che modo può dare un contributo? Il coach, forte della consapevolezza socratica di sapere di non sapere, ha a disposizione una serie di strumenti con cui si mette a servizio dei suoi coachee, per esempio ha la capità di:

  • ascoltare i pensieri del coachee senza interporre un giudizio;
  • fare domande che stimolino la consapevolezza nel coachee, nuovi punti di vista e ragionamenti fuori dagli schemi;
  • elaborare dei feedback che restituiscano al coachee nuovi stimoli senza introdurre deformazioni o opinioni proprie;
  • mantenere l’attenzione del coachee sulla meta, e sulla necessità di avanzare un passo alla volta.

L’incontro con il coach: esplorazione, elaborazione ed esecuzione

Un percorso di coaching si articola in una serie di sessioni, ovvero conversazioni strutturate fra coach e coachee, in numero limitato e scandite da valutazioni per misurare e verificare il progresso nei confronti dell’obiettivo determinato inizialmente. È importante sottolineare la necessità di una struttura per rendere efficace una sessione, prevedendo tre fasi:

  • esplorazione, in cui si delinea il tema dell’incontro e si definisce in maniera molto specifica l’obiettivo da raggiungere entro il tempo della sessione;
  • elaborazione, in cui si approfondisce il tema, magari anche utilizzando degli esercizi mirati, e si procede per raggiungere l’obiettivo di sessione, generando una mobilità, rafforzando la consapevolezza e la determinazione necessaria per operare fuori dalla sessione;
  • esecuzione, in cui si determinano un obiettivo e un piano per raggiungerlo nel tempo fino alla successiva sessione o, in alcuni casi, entro un momento specifico in un futuro prossimo.

Attraverso la reiterazione di questo processo di esplorazione, analisi ed esecuzione è possibile costruire fondamenta solide per un’evoluzione in cui il potenziale del coachee viene valorizzato, incrementato e sfruttato quanto più possibile.

Quando rivolgersi a un coach

Con la metafora sportiva è facile dare un volto al coach e al coachee, ma quali sono i casi tipici in cui il coaching può essere utile? In ambito personale, il confronto con un coach può aiutare a uscire dalle crisi di autogoverno, ovvero le situazioni in cui un individuo si trova in difficoltà per mancanza di chiarezza, indecisione, o incapacità di prendere una decisione in autonomia. Queste casistiche si applicano soprattutto in contesti familiari o sociali in generale. In ambito professionale, entrano in gioco le dinamiche legate all’organizzazione, al gruppo di lavoro, e in generale alle tipologie di relazione “di potere”.

Conclusioni

In Intré siamo sensibili alle tematiche di sviluppo personale, e le nostre persone hanno a disposizione un servizio di coaching professionale erogato internamente oppure, qualora desiderassero un maggior livello di privacy, con un professionista esterno.

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